Uno degli aspetti più importanti per la realizzazione del packaging è la scelta della texture. Vale a dire, un potente strumento di comunicazione sensoriale. Chi deve individuare tutti i dettagli di una scatola che verrà vista e toccata dal pubblico finale deve considerare un punto: non basta scegliere il colore giusto e la forma adeguata. Certo, questi sono gli aspetti principali perché da sempre ci hanno suggerito di usare la palette ufficiale del brand e di scegliere un contenitore in grado di rispettare parametri utili alla logistica e al magazzino. Se i colori aziendali puntano sull’azzurro, il packaging rispetta questo standard.

E la scatola preferita sarà di forma rettangolare per consentire una rapida disposizione sugli scaffali. Ma quando ragioniamo sulla texture del packaging dobbiamo fare un passo avanti perché introduciamo un elemento fondamentale del marketing basato su tutti i sensi del corpo umano. Compreso il tatto.

Cos’è la texture nel packaging? Una definizione

La texture è l’insieme delle caratteristiche fisiche e tattili della superficie di un imballaggio. Questi elementi sono capaci di influenzare la percezione della qualità e dell’identità di un brand. Ciò avviene grazie all’alterazione della morfologia superficiale del supporto utilizzato per l’imballaggio attraverso processi meccanici, chimici o di stampa. Una buona texture del packaging può variare il coefficiente d’attrito, l’indice di rifrazione della luce e le proprietà tattili del contenitore.

Tutto questo avviene attraverso delle tecniche ben precise che possono trasformare una semplice scatola di imballaggio in uno strumento per vendere di più. Ma soprattutto per ottenere dei risultati difficili da registrare in modo differente, come ad esempio fidelizzare il cliente attraverso una brand identity ben precisa.

Quali sono i parametri tecnici da valutare?

La progettazione di una texture nel packaging non è un esercizio estetico. Questo percorso risponde a rigidi parametri fisico-meccanici che ne determinano la funzionalità e l’ergonomia. Il cardine di questo processo è la rugosità superficiale: stiamo parlando della misurazione numerica delle micro-irregolarità che definiscono quanto una superficie sia rough o levigata, influenzando direttamente l’area di contatto effettiva tra l’imballaggio e l’utente che fa unboxing.

Strettamente legato alla rugosità è il coefficiente d’attrito: una texture ben progettata permette di calibrare la scivolosità del materiale, un fattore importante sia per garantire la stabilità strutturale durante le fasi di preparazione alla spedizione, sia per assicurare un grip valido e piacevole al consumatore finale. Infine, la manipolazione della texture incide sulla tensione superficiale del substrato, un parametro tecnico centrale che governa l’energia di superficie e determina il grado di adesione di inchiostri, vernici o collanti. Garantendo così che le lavorazioni successive risultino durature e prive di difetti.

Non dimentichiamo le proprietà ottico-riflettenti. Tecnicamente, la texture modifica il modo in cui i fotoni interagiscono con la superficie: una soluzione micro-incisa disperde la luce in più direzioni, creando l’effetto matt (ovvero opaco) mentre una planare e levigata riflette in un’unica direzione, generando lo stile lucido.

Esempi di brand che usano bene la texture

Molti brand di successo hanno trasformato la texture nel proprio marchio di fabbrica, utilizzandola per elevare il posizionamento del prodotto e creare un legame sensoriale immediato con il consumatore. Un esempio magistrale è rappresentato dal settore del luxury beverage, dove marchi come Veuve Clicquot o Dom Pérignon utilizzano etichette materiche e lavorazioni in rilievo per comunicare un posizionamento di marca ben preciso.

Nel mondo del mass-market, Sanpellegrino ha fatto scuola con la sua pellicola in alluminio sopra la lattina che aggiunge una dimensione tattile protettiva e igienica, mentre nel comparto cosmetico brand come Chanel o Rituals puntano su finiture soft-touch e satinature del vetro per trasmettere un’idea di delicatezza e cura estrema. Anche il settore tecnologico non è da meno: ci sono tante aziende che lavorano bene su questo fronte.

Apple, con le sue confezioni dalla finitura liscia e l’apertura a frizione calibrata, dimostra come la texture possa diventare parte integrante di un’esperienza di unboxing rituale, dove la resistenza fisica della carta e la perfezione della superficie anticipano la qualità del dispositivo contenuto all’interno.

Cosa puoi ottenere con la texture del packaging?

Puntiamo, in primo luogo, verso il concetto di autenticità e artigianalità che puoi ottenere tramite una texture substrativa/meccanica. Quando l’obiettivo è trasmettere naturalità e tradizione (come nel settore del vino o dei prodotti biologici), si ricorre in primo luogo alla carta Kraft che dà sempre un buon effetto rustico. Ma poi si lavora con tecniche come la calandratura o la goffratura. Cosa significa esattamente?

Deformando fisicamente le fibre della carta o i polimeri attraverso rulli incisi, si ottiene una profondità materica che evoca il calore delle lavorazioni fatte a mano, ideale per brand che vogliono apparire solidi e genuini. Per chi desidera comunicare prestigio e modernità, invece, abbiamo la texture additiva.

Se il brand mira a un posizionamento premium o glamour (tipico della profumeria o del food di lusso), si depositano strati di polimeri, come vernici UV serigrafiche a spessore o inchiostri rigonfianti. Poi si creano rilievi tridimensionali lucidi o satinati che contrastano con il supporto piano.

Questo stile cattura la luce e attira il tatto su dettagli specifici (come un logo), comunicando innovazione tecnologica e un’attenzione maniacale per il dettaglio decorativo. Identità iconica e robusta: come si ottiene? Attraverso una tecnica che prende il nome di molding. Quando punti sulla riconoscibilità della forma del packaging e sulla qualità percepita del contenitore stesso la texture diventa strutturale.

Essendo parte integrante dello stampo di vetro o plastica, la forma viene trasferita con iniezione o soffiaggio, creando un corpo unico con il prodotto. L’obiettivo qui è duplice: garantire una presa ergonomica e rendere il packaging un oggetto unico, trasmettendo una sensazione di indistruttibilità e coerenza di marca.